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Quel cassetto pieno di vecchie lire, che valore ha?

Luca Alagna per We-Wealth • August 2, 2022

Sono ormai trascorsi 20 anni dall'introduzione dell'euro nella nostra vita quotidiana e spesso capita di ritrovarsi in casa vecchie monetine ormai fuori dal corso legale. Possono essere un tesoro? Dipende. Qui una piccola guida per scoprirlo




Passati vent’anni dall’ingresso degli euro, forse per via dell’uniformità delle tipologie monetarie e forse un po’ per cultura, si è quasi persa la vecchia consuetudine di conservare le classiche monetine straniere dopo un viaggio all’estero. I più attempati infatti ricorderanno che, tornati in patria, era impossibile riconvertirli in moneta locale. Pertanto, questi piccoli spiccioli venivano dimenticati in un cassetto, conservati come souvenir o collezionati da chi li ricercava sistematicamente.

Conseguenza di queste vecchie abitudini è che oggi le nuove generazioni o chi non ha ancora scoperto il mondo della numismatica, ritrova casualmente varie tipologie di vecchie monete e si chiede: Sono antiche, forse varranno qualcosa?
Immediatamente parte la ricerca on line e si apre un universo di informazioni “fake” che talvolta alimentano o sono loro stesse alimentate da tentativi di vendite presenti nelle più disparate piattaforme on line. Purtroppo, queste piattaforme consentono a chiunque di vendere senza un controllo preventivo qualsiasi prodotto illudendo venditore e acquirente di aver venduto e acquistato un tesoro. 

È il caso di fare chiarezza sui concetti fondamentali che determinano il valore ufficiale di mercato di una moneta; infatti, l’età non è assolutamente un parametro incisivo. 
Bensì la rarità e lo stato di conservazione senza trascurare infine la richiesta sul mercato, la prima infatti dipende dal numero di pezzi coniati ma anche da quanti ne sono rimasti reperibili. 
Lo stato di conservazione è forse il parametro più importante per la valutazione di una moneta. 
Esistono delle linee guida con una simbologia standard che indica i differenti stadi di usura comprendendo anche il massimo della conservazione che viene chiamato fior di conio. 
Naturalmente più la moneta è bella, più vale. 
Per quanto riguarda soprattutto la monetazione detta vile, la conservazione fa la differenza sul mercato ufficiale il quale premia solo gli esemplari fior di conio e deprezza; quasi totalmente le monete che normalmente si trovano usurate per la lunga circolazione a meno che non abbiano un grado di rarità apprezzabile. 
La richiesta infine è quel parametro che universalmente regola tutte le transazioni commerciali e che anche nel mercato numismatico influenza le differenti tipologie di collezioni nei diversi paesi.

Analizzando in generale la produzione monetaria a partire dal 1900 fino all’ingresso dell’euro, in particolare quella destinata alla circolazione di massa in metallo vile (alluminio, rame nickel ecc.), bisogna considerarla mediamente comune in quanto composta da monete coniate in enormi quantitativi per soddisfare le continue transazioni quotidiane della popolazione in periodi dove non esistevano le carte di credito e le transazioni on line. 
Pertanto, trovare vecchie monete è la normalità e non l’eccezione.
Considerando quanto avvenne in Italia per esempio, nel passaggio da Monarchia a Repubblica, si può facilmente comprendere perché sia tanto comune trovare monete del periodo di Vittorio Emanuele III.
Non avvenne infatti quello che accadde con il passaggio Lire-Euro, ovvero un continuo ritiro per emettere nuova moneta, ma una emissione di nuovo denaro senza il ritiro del precedente. Se consideriamo poi le ingenti tirature per il fabbisogno della popolazione, capiamo subito perché nei cassetti di zie e nonni sia così facile trovare queste monetine. 

Naturalmente qualche eccezione esiste. 
La bassa emissione in un periodo particolare per via di eventi bellici, la coniatura inferiore di alcune tipologie (in quanto negli anni precedenti fu immessa una tiratura molto alta che già soddisfaceva ampiamente il fabbisogno), l’occupazione dei territori a causa dell’espansionismo coloniale (per un periodo limitato di tempo) e tanti altri motivi spesso casuali, hanno fatto sì che qualche spicciolo anche usato oggi risulti comunque ricercato nel mercato.

Infine, non essendo possibile farlo per tutte le monete con le date più o meno rare coniate in metallo vile per la circolazione nel mondo nel XX secolo, si può fare un piccolo elenco di riferimento per quelle italiane.

Per quanto riguarda le Lire della Repubblica Italiana che hanno circolato prima dell’euro, le uniche che hanno valore non fior di conio, quindi usate, sono:
tutte le monete coniate nel 1946 e 1947; la 5 lire del 1956; la 2 e la 50 lire del 1958.

Per le lire del ‘900 del Regno d’Italia:
1 centesimo del 1902, 1908 (tipo allegoria), 1911 e 1918; 2 centesimi del 1907, 1908, 1910 e 1912; 5 centesimi del 1908, 1909, 1912, 1913, 1915, 1919, 1936 (tipo aquila) il 1937 (tipo spiga); 10 centesimi del 1919 e 1936 (tipo stemma); 20 centesimi del 1920 e 1936; 25 centesimi del 1902 e 1903; 50 centesimi del 1924, 1936 e 1943; 1 lira del 1936 e 1943; 2 lire del 1926, 1927, 1928, 1936, 1941, 1942 e 1943. Se vi capita di trovare una di queste monete, rivolgetevi ad un numismatico professionista che, in base al suo stato di conservazione, vi darà l’esatta valutazione che ricordo, può variare a seconda del grado di usura. 

La monetazione in oro e in argento invece merita un’accurata analisi differente, in quanto presenta peculiarità e dinamiche di mercato differenti.


Qui il link al nostro articolo online su we-wealth!


https://www.we-wealth.com/enterprise/premium/news/quel-cassetto-pieno-di-vecchie-lire-che-valore-ha


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Ma avremo modo nei prossimi giorni, dando voce ad alcuni dei protagonisti, di approfondire aspetti fondamentali. Orientamenti in giurisprudenza, prassi viziate, nodi da sciogliere Sul tavolo degli Stati generali una serie di questioni di scottante attualità, dagli orientamenti giurisprudenziali in materia di beni numismatici alle prassi della pubblica amministrazione nel rapporto con i privati e il mercato – prassi spesso viziate da una visione statalista – fino alle normative in fase di discussione e, ovviamente, alle proposte di modifica alle leggi esistenti in modo da poter garantire alla numismatica, gestita in modo etico e responsabile, diritto non solo di esistenza ma anche di sviluppo e di sinergia con lo Stato. Sì, perché uno dei concetti emersi è stato anche – a seguito della ratifica da parte dell’Italia della Convenzione di Faro – quel fondamentale passaggio evolutivo dal tradizionale diritto “dei” beni culturali ad un innovativo diritto “ai” beni culturali, in questo caso i beni numismatici, visto nell’ottica della comunità nazionale e dei singoli, dei privati come dei professionisti, come soggetti attivi di tutela. Sala gremita, nei limiti delle normative sanitarie, alla Biblioteca del Senato presso il Palazzo della Minerva a Roma: sul palco si sono alternati oratori istituzionali e privati, professionisti e giuristi Un diritto inalienabile, quello al collezionismo e al commercio di monete, né in nome di una strampalata presunzione di provenienza dal sottosuolo di tutte le monete antiche e medievali – per gran parte, solo passate di mano in mano e sul mercato per secoli – né in nome di quel 1909 ante quem si vorrebbe rendere obbligatorio dimostrare la provenienza di ciò che, invece, è semplicemente stato conservato in patrimoni e raccolte private. I collezionisti e il commercio etico: soggetti attivi di tutela Illuminante, in merito al concetto di “interesse pubblico” per le cose numismatiche, è stato il parere del presidente della Prima Sezione della Corte di Cassazione, il giudice Francesco Antonio Genovese, che ha sottolineato come alle due categorie canoniche – le monete “di proprietà pubblica” e quelle private “oggetto di tutela” – sia ormai necessario codificarne una terza, quella delle monete, antiche o moderne che siano, e sono la maggioranza, “prive di qualità di interesse per la pubblica amministrazione”. Dal giudice Francesco Antonio Genovese, presidente della I Sezione della Corte di Cassazione, è venuta una riflessione sulla necessità di ripensare in senso meno statalista i criteri di tutela dei beni numismatici Anche perché, paradossalmente, le azioni dello Stato contro il mercato e il collezionismo ufficiali – che si manifesta in sequestri, ritardi o dinieghi nei certificati di esportazione, dichiarazioni di supposto “pregio” e/o “rarità” per singoli esemplari o intere raccolte – non deriva dal Testo unico dei Beni culturali né da leggi preesistenti e non abrogate bensì, in massima parte, da mere circolari ministeriali che sarebbe bene riscrivere, e in tempi brevi. I Numismatici italiani professionisti, le associazioni professionali internazionali AINP e FENAP, la Società numismatica italiana, l’Accademia italiana di studi numismatici hanno portato le loro voci per testimoniare in Senato, al tempo stesso, la molteplicità e l’unità d’intenti del mondo numismatico, senza contare i tanti, qualificati docenti universitari che hanno mostrato come l’esistenza del collezionismo e del mercato siano fondamentali anche per lo sviluppo della ricerca scientifica (quanto e talvolta più delle raccolte statali, in parte non catalogate nè pubblicate). La passione numismatica, un pilastro del patrimonio pubblico La presenza delle istituzioni è stata del resto anche occasione per ribadire il fondamentale contributo culturale di una plurisecolare tradizione di collezionismo e commercio di monete che tanto ha inciso anche sulla formazione del patrimonio pubblico (anche qui, con le sue monete di Venezia donate al Museo Correr, Papadopoli Aldobrandini insegna). E se lo Stato oggi non dispone – per varie ragioni e facendo le dovute eccezioni – di personale sufficiente o adeguatamente qualificato per discriminare i beni numismatici meritevoli di tutela dai milioni di monete antiche e moderne che circolano legittimamente sul mercato e nelle collezioni, allora che si avvalga della disponibilità di numismatici professionisti ed esperti privati. Una simile pratica, che si potrebbe proporre al Nucleo TPC dei Carabinieri, sarebbe un modo per creare una nuova ed efficace sinergia pubblico-privato; come lo sarebbe individuare – e anche in questo, basterebbero delle circolari ministeriali – delle categorie di materiali numismatici di libera circolazione. E altre proposte non mancano, perchè il collezionismo è imprescindibile per la tutela dei beni numismatici. Gli Stati generali della numismatica sono stati occasione di celebrare un secolo dalla scomparsa di Nicolò Papadopoli Aldobrandini, senatore del Regno, collezionista di monete e studioso di fama Per il futuro di un bene culturale “personale e collettivo” Perché mettere all’angolo in Italia il collezionismo e il commercio numismatico – si intende, quella numismatica praticata da privati e operatori come genuina, etica passione o come altrettanto legale professione – porterebbe ad un effetto nefasto, disastroso, diametralmente opposto a qualunque “tutela”, favorendo una diffusa circolazione illegale e sommersa delle monete (anche sotto il profilo fiscale) , il loro esodo verso l’estero; la distruzione, in sostanza, di quel “bene culturale” diffuso, materiale e immateriale, personale collettivo che è la numismatica. Gli atti degli Stati generali della numismatica saranno redatti entro breve ed è auspicabile che i contenuti siano recepiti in toto e valutati con attenzione dal Ministero della Cultura. E, al ministro Dario Franceschini, la numismatica italiana fa appello affinché il confronto avviato il 17 febbraio 2022 prosegua e porti a quel rasserenamento dei rapporti tra istituzioni e settore privato che, per la numismatica, ormai è ineludibile. LINK: https://www.cronacanumismatica.com/stati-generali-della-numismatica-voce-al-diritto-voce-al-collezionismo/
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